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Il lavoro di essere felice

luglio 23, 2017 by Federica Allegro Leave a Comment

Intervista a Francesco Grandis (Wandering Wil)

 

Felicità: “Chi tra di voi vuole essere felice alzi la mano!!!”

La state alzando tutti lo so, io per prima.

L’essere umano negli anni si è evoluto più dell’immaginabile: ha creato soluzioni per qualsiasi cosa e modificato il suo ambiente esterno in ogni modo possibile, eppure quando si parla di felicità ci sentiamo sempre un po’ impotenti, pare che nessuno abbia ancora capito come fare a raggiungerla.

Essere felici è proprio un duro lavoro, e come “lavorare” al meglio probabilmente ancora nessuno lo sa.

Sarebbe bello avere delle istruzioni di felicità.

Forse è per questo motivo che siamo portati ad ammirare chi, seguendo gli indizi che la vita ci mette a disposizione in questo oneroso lavoro di ricerca, decide di scegliere la sua destinazione e la strada giusta per raggiungerla.

Probabilmente è proprio la mia ammirazione che mi porta ad essere agitata: ferma al binario 9 della stazione di Venezia S. Lucia, mi alzo e mi siedo almeno un paio di volte fino a che decido di aspettare in piedi. Sono agitata ed impaziente al tempo stesso perché sto per conoscere una persona che ha fatto della ricerca della felicità il suo lavoro, nel bene e nel male.

Sto per conoscere Francesco Grandis, in arte Wandering Wil che significa viaggiatore vagabondo, ma anche colui che perde il filo del discorso! Ebbene confermo, Fra va legato a un filo quando inizia a parlare, e riportato sul discorso quando si perde a divagare in quella che è la vastità della sua analitica mente!

Copertina della prima edizione di “Sulla Strada giusta” autopubblicato il 29 Marzo 2015

Wandering Wil è anche nome del suo blog, ma non definitelo un blogger o tirerà fuori tutto l’orso che c’è in lui e vi divorerà!

Francesco Grandis  è uno scrittore, autore del libro Sulla strada giusta.

“Non conta da dove sei partito ma dove hai scelto di andare”

 

Francesco nel suo libro racconta la sua storia: le scelte fatte assecondando le istruzioni di vita che la società gli aveva imposto (a lui come a tutti noi), gli studi di ingegneria, un lavoro rispettabile e remunerativo. Il raggiungimento di tutto ciò che la società, prima di lui, aveva desiderato per la sua vita. E poi le lacrime, la paura, quella che tutti vedono come coraggio, il coraggio di cambiare, di mollare un lavoro che non lo rendeva felice, il coraggio di scegliere la propria destinazione e la strada per raggiungerla, quel coraggio che Fra definisce paura di restare fermo:

“Ero terrorizzato dall’immagine che vedevo nello specchio la mattina quanto mi alzavo: un uomo vecchio e stanco che non stava vivendo, il tempo passava e io non vivevo, schiacciato dal peso di un lavoro che mi stava facendo ammalare. Non sapevo cosa volevo o cosa dovessi fare, ma la paura di passare il resto della vita in quello stato è stata più forte della paura di perdere tutto.”

Dalla consapevolezza di ciò che non si è, e che non si vuole diventare, al viaggio in solitaria intorno al mondo alla ricerca di quale fosse il suo scopo. Ed ecco la ricerca della felicità, il lavoro di essere felice.

L’ufficio di Wil durante la sua esperienza da nomad worker in riva un lago in Svezia: solo lui e la sua “wil mobile” che é stata per due mesi la sua casa e il suo ufficio.

Lo vedo tra la folla di gente che scende dal treno e gli vado subito incontro.

“Quanto sei alto!”

Non sembra affatto così alto dalle foto.

Da buon “orso solitario” inizia a camminare nel senso opposto alla folla fino ad arrivare in una piazza non troppo affollata.

“Se c’è una cosa che non sopporto è di non essere libero di camminare, odio la folla, la gente che ti viene addosso.”

Io e Fra sul ponte di Rialto! Decisamente la foto più bella della giornata 🙂

Ci sediamo in un bar e iniziamo a parlare davanti a uno spritz e una birra media.

Penso: “Vediamo se riesco a capire chi è Wandering Wil oggi, dopo più di 30 paesi nel mondo vissuti in solitaria, dopo l’autopubblicazione e la ripubblicazione con Rizzoli, dopo Michele, suo figlio e suo più grande amore nella vita, dopo aver scelto la felicità e aver trovato la sua strada.”

Arriviamo subito al dunque: come sei arrivato a capire quale fosse il tuo scopo? Senti di averlo effettivamente raggiunto?

Sono partito dalla seconda cosa che credevo di saper fare meglio, cioè raccontare. Ho iniziato parlando dei miei viaggi e sono finito a parlare di felicità e di come cambiare la propria vita. Quando ho iniziato non sapevo cosa aspettarmi, semplicemente l’ho fatto e sono stato a guardare quali treni sarebbero passati, quali porte mi si sarebbero aperte, poi è arrivato il libro, la scrittura. Ho amato immensamente quella parentesi di due mesi in cui non ho fatto altro che scrivere. Ho sempre amato scrivere: il mio primo romanzo l’ho scritto a 12 anni con una vecchia macchina da scrivere meccanica, e mi ricordo di aver detto ai miei genitori di voler fare lo scrittore, ma all’epoca non veniva considerata una professione sicura, così sono finito a fare ingegneria. Noi sappiamo ciò che vogliamo fare, ciò che siamo, il problema è che poi ce ne dimentichiamo. A una presentazione mi hanno detto questa frase che mi è rimasta impressa:

“un uomo combatte generalmente per cinquant’anni per tornare a fare quello che aveva deciso nei primi dieci.”

Dici di voler fare lo scrittore ma sei molto altro al momento: sei blogger e punto di riferimento di moltissime persone. Perché lo fai?

Per aiutare, mi sento in dovere di raccontare la mia storia e aiutare le persone che potrebbero trarne forza per cambiare la loro vita. Non ho mai nascosto il mio rapporto di amore e odio per i social. Amo Facebook perché mi ha permesso di raggiungere moltissime persone che non avrei mai raggiunto altrimenti, ma al tempo stesso lo odio per la competizione che genera: ora per esempio è scoppiata la moda di fare il giro del mondo, lo fanno in ogni modo. Leggevo che una ragazza lo sta facendo in monopattino… il prossimo cosa farà? In verticale in piedi sulle mani? C’è questa smania di vincere, di essere primo.  Le persone dovrebbero utilizzare Facebook per comunicare, per “mostrare” qualcosa ad altri, per dare valore ad altri, mentre tutto si traduce in un “mostrarsi” agli altri, mostrare quanto si è belli, felici e straordinari e prendere dagli altri. Le persone cercano approvazione e consenso, cercano like. Non mi piace essere etichettato come blogger, ma capisco di essere diventato un punto di riferimento e probabilmente è per questo che continuo a dedicarmi al blog e alla mia community facebook, lo ritengo il mezzo più efficace per raggiungere più persone possibili. Per aiutare più persone possibili.

La tua situazione è ancora precaria, instabile: hai mai paura di questo?

Sì. Perché non dovrei? Se mi chiedi se sono bloccato dalla paura ti dico di no, ma sì, la paura c’è: è un meccanismo di difesa che ti tiene lontano dai pericoli reali o presunti. Ti faccio un esempio: “Se lascio il mio lavoro ho paura di non riuscire a trovare niente di meglio”. Questa è una paura presunta.  Nel mio caso le mie paure sono legate a dei pericoli presunti, ma non mi faccio condizionare da questo perché se lasciamo spazio alle paure, diventano abitudini. Ci si abitua ad avere paura di qualcosa e si attiva un meccanismo per cui la paura stessa ti tiene lontano dall’oggetto della tua paura, rinforzandosi a suo volta. La svolta, il vero cambiamento, sta nell’avvicinarti all’oggetto delle tue paure così da renderti conto che non c’era nulla di cui aver paura. E’ come quando da piccolo ti convinci di aver paura del vuoto e quindi decidi di non buttarti mai con il paracadute, ma in realtà il vuoto tu non l’hai mai visto, non sai se devi averne paura o meno, sei semplicemente abituato a pensare di doverlo temere. Quindi la paura non è altro che un’abitudine, che con gli anni diventa un limite, la paura è un muro di nebbia.

A proposito di limiti, sei un tipo molto “orso solitario” e non nascondi che spesso le persone sono state un limite per te e per il raggiungimento della tua libertà. Che rapporto credi ci sia tra solitudine e libertà?

Partiamo dal presupposto che la libertà assoluta non esiste. Nel momento in cui fai una scelta stai escludendo tutte le altre, si potrebbe dire che la tua libertà è un piccolo corridoio rispetto a quello che non siamo più liberi di poter fare a fronte di una scelta fatta “Può sembrare una visione pessimistica ma io cerco solo di essere realista: in realtà devi partire da una visione realistica per essere ottimista”. Dal mio punto di vista certi percorsi riesci a farli solo se hai un buon rapporto con la solitudine. La solitudine è il modo per aver meno vincoli esterni possibili, perché restano solo i tuoi. In viaggio ero solo ed ero libero di pensare e agire in tutte le direzioni possibili, il massimo che potevo ottenere in quel momento. Poi ci sono conclusioni alla quale arrivi tramite la condivisione di un’esperienza o l’interazione stessa con altre persone, è vero, ma io ho bisogno di lunghi periodi di elaborazione solitaria, poi al massimo posso fissare con l’interazione. La propria libertà va ricercata in solitudine, solo così si arriva al punto di conoscersi a tal punto da diventare libero, anche dai giudizi di amici e parenti.

Ti fidi dei tuoi pensieri?

Come mi fiderei di un buon amico, tendenzialmente si, ma a volte c’è bisogno di un paio di schiaffi. Non mi identifico con i miei pensieri in maniera totale, per prendere alcune decisioni devi semplicemente affidarti alla “pancia”.

Hai una visione molto romantica della vita: durante la mia intervista con Andrea Giuliodori del blog EfficaceMente, io e Andre abbiamo parlato di quanto siate diversi, di come lui sia pratico e di quanto invece tu, al contrario, sia estremamente romantico…ma da dove viene questo romanticismo?

La vita per me è come un viaggio in mare su una zattera di legno: partire all’esplorazione senza sapere cosa mi aspetta… non è romantico questo? Era romantico andare, esplorare, non sapere dove arrivare, era romantica la forza che trovavi dentro di te, quella che ti faceva trovare sempre il modo di cavartela, quella forza che ti fa credere che anche se non troverai il modo di cavartela avrai la soddisfazione di andartene sapendo di aver fatto tutto ciò che era in tuo potere fare.

“Il viaggio è romantico, come la vita.”

Bene Fra, anche perché ci piaci così: romantico! Ma ora dimmi, dopo tutto questo lavoro che hai fatto per essere felice, puoi sinceramente dire di esserlo? Tu sei felice Fra?

Bisogna partire dal presupposto che le persone che decidono di fare una scelta lavorativa importante, le persone che scelgono cosa essere (che già di per se si stanno distinguendo da quelli che non scelgono, perché esiste anche chi non sceglie) si creano delle aspettative che prevedono un risultato immediato. Il problema è che ciò che scegli puoi al massimo vederlo all’orizzonte, o forse anche oltre. Ciò che vedi oggi, e che puoi decidere adesso, è il percorso che puoi percorrere, e il percorso che decidiamo di percorrere pur essendo il migliore per noi potrebbe anche non renderci necessariamente felici ogni giorno. Ci saranno sempre delle cose che non ci piace fare ma che sono funzionali al raggiungimento della nostra destinazione. Potrebbe sembrare un compromesso, lo è, ma non è la felicità il compromesso, il compromesso è in ogni singolo passo: la saggezza è scegliere il compromesso successivo considerando che ti sta togliendo qualcosa ma restituendo qualcos’altro, che è un po’ meglio di quello precedente. In questo modo ottieni un bilancio sempre migliore al precedente, motivo per cui non torneresti indietro “Io non tornerei indietro, assolutamente” ma se mi chiedi se sono felice ti dico di no, perché la strada è ancora lunga. Possiamo dire che io sono PIU’ FELICE, quello si.

Quindi la vita è una corsa verso la felicità?

Certo! A cos’altro vuoi dedicarla? Cosa c’è di più importante? La felicità è uno stato di completezza, nella sua totalità, quando sei dove vorresti essere e fai ciò che vorresti fare. Noi abbiamo confuso la destinazione con il percorso. Se la destinazione è la felicità e il percorso è il modo in cui la otteniamo,  possiamo osservare come oggi tutti siano impegnati a rincorrere il percorso ignorando la destinazione. Questo avviene perché le persone sono troppo impegnate ad adattarsi e farsi andare bene a tutti i costi un percorso che ci hanno fatto credere essere l’unico. Se iniziassimo ad ignorare il percorso e ci concentrassimo sulla destinazione ci renderemmo conto che ci sono infinite strade per arrivarci, e che possiamo scegliere quella che preferiamo.

Copertina attuale dopo la ripubblicazione con Rizzoli. Il libro è in vendita (di nuovo) dal 13 Aprile 2017

E forse le istruzioni che aspettiamo sono proprio queste, le nostre istruzioni di felicità sono scritte nel nostro percorso, quello giusto, sulla nostra strada, quella giusta, che ognuno di noi può trovare solo ascoltando se stesso, come ha fatto Fra, che oggi è alle prese con la stesura del suo nuovo libro.

E allora la nostra felicità comincia da una strada che parte da noi e ci conduce verso la nostra destinazione che intravediamo all’orizzonte. Non saranno istruzioni dettagliate ma a me sembra un buon punto di partenza.

“Quindi la vita è una corsa verso la felicità?

Certo! A cos’altro vuoi dedicarla?”

                                                                                 

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Dicono di me

Andrea Giuliodori
del blog EfficaceMente
"Ho conosciuto inizialmente Federica virtualmente, era una mia lettrice su EfficaceMente.com. Un giorno mi ha chiesto di poterci incontrare a Londra per fare una chiacchierata-intervista. È stata un'esperienza molto bella: Federica sa andare al fondo delle questioni e non accetta risposte banali per le sue domande mai banali. Non era la prima volta che venivo intervistato per raccontare dei miei progetti, ma in passato mi sono sempre state chieste le stesse cose, con Federica invece abbiamo avuto l'opportunità di andare oltre le classiche domande e avere una discussione che mi auguro abbia arricchito entrambi e i suoi lettori."

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